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 Documento Politico dell'Assemblea permanente di lettere e filosofia Federico II Napoli Parte seconda e terza

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Leandro



Nombre de messages : 55
Date d'inscription : 26/11/2008

MessageSujet: Documento Politico dell'Assemblea permanente di lettere e filosofia Federico II Napoli Parte seconda e terza   Jeu 4 Déc - 12:00

Ancora una volta il progetto è chiaramente esplicitato: “poiché vive di cospicui finanziamenti pubblici e privati , e dal momento che le conoscenze che produce e trasmette hanno un impatto significativo sull’economia e la società , l’università è responsabile del modo in cui funziona e gestisce le proprie attività e i propri bilanci dinanzi ai suoi finanziatori e ai cittadini. Ne deriva una pressione crescente affinché inserisca nelle proprie strutture di amministrazione e gestione dei rappresentanti del mondo non accademico.” [Comunicazione della commissione europea : Il ruolo delle università nell’Europa della conoscenza 5/2/2003].

Così inizia quel percorso che vedrà le università dover rivolgersi all’esterno per trovare i fondi necessari alle loro attività.


Già la legge n. 168 del 1989 individuava, per la prima volta in maniera puntuale, il concetto di autonomia degli atenei nei suoi diversi aspetti: didattica, scientifica, organizzativa, finanziaria e contabile.

Ma il primo salto di qualità nel processo di Autonomia Universitaria si è avuto solamente quando nei primi anni novanta si è aggiunta la proposta di Ruberti. Questo provvedimento ha significato in pratica la libertà per gli atenei di decidere come e dove raccogliere i fondi. Mentre da una parte lo stato elargiva meno fondi dall’altro si sosteneva una “razionalizzazione” degli stessi per contenere gli sprechi della gestione “baronale”: tale gestione è certamente alla base di un’infinità di problemi pratici ed economici interni all’università le successive riforme e tagli non risolvono ma anzi aggravano. Infatti, la sinergia col capitale privato aumenta il potere, interno ai consigli di facoltà (e poi dei consigli di amministrazione), dei Baroni aggiungendo al potere politico ed al prestigio accademico, il potere economico derivante dalle loro connivenze aziendali. Alla diminuzione dei fondi si è risposto attraverso due canali: l’aumento delle tasse agli studenti e l’aumento dell’ingerenza dei privati (attraverso convenzioni e accordi di spin-off). Non a caso nel '95 il governo Dini abolì il tetto massimo di 1.200.000 lire per l'iscrizione all’Università. Una delle conseguenze è che si è avuta una grossa differenziazione tra atenei e, all'interno dello stesso ateneo, tra facoltà, dal momento che i privati hanno investito solo in quelle università e quelle facoltà sulle quali avevano interessi, che riguardano il loro territorio o il loro settore. Esempi più eclatanti sono il Corso di Laurea in Ingegneria Automobilistica di Torino finanziato dalla Fiat e il Dipartimento di Genetica di Parma sovvenzionato dalla Barilla.

L’università gestita come un’azienda dovrà “managerizzare” l’amministrazione universitaria; i Senati Accademici, già luogo di esplicitazione di interessi privati dei singoli Baroni, adesso diventano veri e propri c.d.a. in mano sia ai manager che ai Baroni stessi. Inoltre, i cosiddetti “stretti rapporti di collaborazione” con le imprese, attraverso l’introduzione di tirocini e stages formativi, non sono altro che la istituzionalizzazione di uno sfruttamento di manodopera gratuita. Attraverso questo sottile inganno, che è più evidente nelle scuole e nelle Università di tipo tecnico-scientifico, le imprese si assicurano un profitto a costo zero: gli studenti retribuiti in crediti, inoltre, rendono i lavoratori più precari.

E proprio attraverso la riforma Zecchino e la differenziazione dei vincitori di Dottorato tra retribuiti e retribuenti, a parità di doveri e di compiti, si fa strada la figura del ricercatore precario. Da un lato si riconosce nel dottorando un lavoratore intellettuale ed un produttore di ricerca avanzata, retribuendolo ed inserendolo nell’attività didattica dell’ateneo proprio come fosse un docente; dall’altro lo si considera un fruitore di un ulteriore processo formativo specializzato e a pagamento.

Nel contempo, grazie alla divisione dei Corsi di Laurea e l'inserimento del criterio del credito per esame, aumenta il numero dei docenti ordinari ed associati, a scapito degli assegnisti di ricerca. Questa figura professionale, che costituisce la vera ossatura dell'Università che fa ricerca, viene sostituita dal ricercatore a contratto o con contratto di prestazione d'opera: in sostanza la ricerca viene (mal)pagata a cottimo ed a prestazione già effettuata, così precarizzando la vita del ricercatore e pregiudicando la qualità e la possibilità della ricerca stessa. Da ciò risulta evidente come il sistema universitario affermi una struttura gerarchica del lavoro intellettuale: dal dottorando che paga, alla bassa retribuzione dei ricercatori, fino alle cifre scandalosamente alte percepite dagli ordinari.

Sulla scia della riforma Zecchino, agisce la successiva riforma Moratti. In questo caso il colpo peggiore è inferto nuovamente alla ricerca attraverso l'abolizione dei contratti a tempo indeterminato per i ricercatori. Uno scienziato, senza garanzie per l’avvenire, è costretto a privilegiare ricerche di rapida applicazione pratica, per giustificare il proprio posto di lavoro di fronte ai suoi finanziatori: inoltre, agendo al di sotto della ingerenza baronale, è tenuto ad assecondarne le necessità o gli obiettivi. In questo modo la ricerca risulta eterodirette e diventa ancora più facilmente asservita a logiche di finanziamento privato, strumento di interessi esterni all’Università che dovrebbe, invece, essere al servizio della società e non certo delle multinazionali che elargiscono milioni in cambio dell’esclusività dei risultati dei progetti; industrie farmaceutiche e belliche (solo per fare un esempio) faranno a gara per sfruttare questa possibilità e la ricerca pubblica diventa, ormai, sempre meno libera e molto più asservita alle esigenze della classe dominante.

Con la riforma Gelmini-Tremonti si è finalmente raggiunto uno degli obbiettivi delle strategie sopra elencate: l’eliminazione dell’Università Pubblica e di massa, che era stata la conquista di lunghi anni di mobilitazioni studentesche. Il fondo per il finanziamento ordinario delle università è stato ridotto di 63,5 milioni di euro già dal 2009 e per gli anni successivi rispettivamente di 190, 316, e 417 milioni, fino ad arrivare ai 455 milioni del 2013, per un taglio complessivo di quasi 1500 milioni di euro in 5 anni (art. 66, comma 13 della legge 133/08). A questa cifra è da sommare il taglio di 472 milioni alle spese correnti del Ministero previsto per il 2010 dalla legge 93/08. A questo si aggiunge il limite al turn-over: non si potrà sostituire più del 20% del personale in pensionamento – qualsiasi sia l'occupazione (su dieci pensionati, che siano docenti o personale ATA, ci saranno solo due nuovi assunti) – per il triennio 2009-2011, per poi passare al 50% dal 2012 (art. 66, comma 13 della legge 133/08). Questo particolare ostacola di fatto il ringiovanimento sia della classe docente che del personale amministrativo, con gran gioia del baronato.

Ma il pezzo forte del governo è un altro: da settembre le Università pubbliche, con voto del solo Senato accademico, possono trasformarsi in “fondazioni di diritto privato” (art. 16 ella legge 133/08). La così creata fondazione sostituisce in tutto e per tutto l’Università, acquisendone anche il patrimonio e “la proprietà dei beni immobili già in uso alle Università trasformate”. Il tutto senza neanche dover uno straccio di imposta. Quali caratteristiche avranno tali fondazioni? Lo deciderà sempre il Senato accademico che “contestualmente alla delibera di trasformazione” adotta “lo statuto e i regolamenti di amministrazione e di contabilità”.

Ovviamente, “lo statuto può prevedere l’ingresso nella fondazione universitaria di nuovi soggetti, pubblici o privati”. Questi soggetti potranno finanziare le fondazioni universitarie, anche qui in modo totalmente esente da tasse e imposte, con la deducibilità dal reddito della somma versata e una riduzione del 90% delle spese notarili per le donazioni. “Resta fermo il sistema di finanziamento pubblico” afferma il decreto, solo che la sua entità sarà determinata in base all’entità dei finanziamenti privati di ciascuna fondazione. Le fondazioni non potranno distribuire gli eventuali utili che dovranno essere reinvestiti all’interno della fondazione stessa dal momento che sono enti non commerciali, ma devono operare “nel rispetto dei principi di economicità della gestione” che “assicura l’equilibrio di bilancio”.

Ma l'attacco non riguarda soltanto l'istruzione universitaria: il ddl 154, intitolato “Disposizioni urgenti per il contenimento della spesa sanitaria e in materia di regolazioni contabili con le autonomie locali", tra un ospedale e un altro “taglia” quasi 4 mila istituti scolastici grazie ad un drastico ridimensionamento che segue i parametri del DPR 233\98 per l’attribuzione dell’autonomia; gli istituti con meno di 500 iscritti (300 per le comunità insulari e montane) saranno accorpati così da risparmiare posti di lavoro tra dirigenti e personale amministrativo. Ovviamente non si fa cenno al fatto che proprio i suddetti parametri imporrebbero anche di smembrare gli istituti con più di 900 iscritti per evitare il sovraffollamento studentesco, male ben peggiore quando si parla di qualità della didattica.

Il punto luce sulla questione ci arriva dall’ art.64 della legge 133 ( ddl 112 del 25 giugno convertito in legge il 6 agosto) dove scopriamo come una “riqualificazione” si attui tagliando di netto il personale docente ( 87.000 prossimi disoccupati) e il personale A.T.A. ( 44.500 non meno fortunati dei primi). La quantità è l’unico reale dato preso in considerazione, perché la quantità di denaro da risparmiare è l’unico reale obiettivo da raggiungere. Meno ore per i docenti: obbligati a non più di 18 ore (nella scuole primaria non si potrà andare oltre l’orario obbligatorio) in modo da evitare l’unica vera riforma necessaria, ovvero l’incremento sostanziale del tempo “prolungato” che non dovrebbe essere limitato ai progetti dei singoli istituti, ma dovrebbe essere la norma per un servizio fondamentale come quello dell’Istruzione Pubblica. Innalzare il coefficiente alunni\docenti: unito all’azione dell’ultimo decreto non farà che creare plessi sempre più affollati con grosse difficoltà di gestione, accorpando istituti diversi senza alcun discernimento perché l’unico parametro valido rimane il numero degli iscritti e non esiste alcuna valutazione possibile in merito all’efficienza e alla qualità degli istituti che devono essere ridimensionati. Molti plessi siti in zone poco abitate dove non si raggiungono i valori numerici adatti dovranno scomparire costringendo a concentrare gli alunni nelle città più popolose (in barba ad ogni politica inclusiva delle periferie).


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Leandro



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MessageSujet: parte terza   Jeu 4 Déc - 12:01

Dei finanziamenti alle scuole private – o meglio alle scuole “pubbliche non statali “( virtuosismi linguistico-legislativi) – non si parla! Tra le nicchie di spreco non si cita la proliferazione di istituti gestiti da privati (Fondazioni a partecipazione statale) dove letteralmente si acquistano titoli di studio, finanziati direttamente con i soldi pubblici. Sono miliardi gli euro stanziati dal 1998 ad oggi, da quando il Ministro Berlinguer stilò il testo unico sulla “concessione di contributi alle scuole secondarie legalmente riconosciute e pareggiate”, pratica incrementata dal Ministro Moratti (che tra i tanti provvedimenti previde l’abbassamento della soglia di alunni per classe, da 10 a Cool.

L’ipocrisia del piano programmatico della legge è lampante, i tagli sono urgenti e devono passare per decreto legge ma i progetti di riconversione professionale, di rinnovamento della formazione, di revisione dei parametri di assunzione sono solo al livello di promesse.

Tale smantellamento dev'essere letto inserendolo in quel progetto che vede la ristrutturazione del sistema dell’istruzione adeguarsi alle nuove esigenze del mercato del lavoro.

Tutti i provvedimenti legislativi, in materia d’istruzione, sono volti alla trasformazione dell’Università in senso aziendalistico, e di conseguenza volti a rendere lo studente sempre più funzionale e inquadrato ai cambiamenti che il sistema produttivo esige: lavoro interinale, flessibilità, libertà di licenziamento etc.

Sono questi i decenni nei quali sono state pianificate e approvate le leggi di riforma del mercato del lavoro: Pacchetto Treu, Legge 30, in più l’attacco all’articolo 18.

Tali riforme hanno visto la progressiva distruzione di ogni diritto conquistato attraverso decenni di lotte di cui sono stati protagonisti lavoratori e studenti uniti.

Nel periodo di crisi in cui il sistema produttivo si trova, è evidente quanto la possibilità di trovare un posto fisso stabile e retribuito sia un miraggio. Tutto ciò è avvenuto proprio in seguito a quelle riforme (nate dalla necessità della classe dominante di mantenere inalterata la propria supremazia) che hanno ormai reso palese quanto la parola d’ordine del nuovo mercato del lavoro sia flessibilità, che noi traduciamo direttamente con precarietà.

La flessibilità non è altro che il via libera all’introduzione di nuove tipologie di lavoro (precario) quali il lavoro a chiamata (attraverso il quale, il lavoratore, in cambio “di un indennità di disponibilità”, deve dichiararsi pronto ad effettuare una prestazione lavorativa in qualsiasi momento l’azienda lo chiami), il lavoro accessorio ed il lavoro a prestazioni ripartite o job sharing (paghi1 prendi 2). La forma più diffusa di precarizzazione rimane, tuttavia, il lavoro continuativo a progetto (Co.Co.Pro), ormai diffuso in tutti i settori lavorativi e, come abbiamo già spiegato, anche in quello accademico, nella pubblica amministrazione e nella Scuola Pubblica attraverso il meccanismo dei P.o.f.

Questi provvedimenti, indebolendo il potere contrattuale del lavoratore, e minandone i diritti, servono a spostare l’equilibrio tutto a vantaggio delle imprese; provvedimenti che si completano con le correzioni apportate ai contratti di formazione e alla certificazione dei rapporti di lavoro, dove i governi hanno assegnato ad enti bilaterali una serie di competenze in materia di collocamento, formazione, di ammortizzatori sociali: tanto per fare un esempio, citiamo l'A.D.I.S.U. che è appunto un'azienda a capitale pubblico creata per l'erogazione dei servizi concernenti il “diritto allo studio” in Regione Campania, e che a sua volta esternalizza e svende i servizi di sua competenza ai privati (come avvenuto per le mense).

Il sistema, attuando una così distruttiva riforma del lavoro, ha bisogno di una formazione le cui competenze siano specifiche, e che necessitino di un aggiornamento continuo a seconda delle esigenze che il mercato del lavoro impone: si tratta di una “formazione dalla culla alla bara”, non a caso le riforme non riguardano soltanto l’Università ma partono dalle scuole primarie e arrivano fino al mondo del lavoro (master, scuole di spec. corsi di aggiornamento). In tal modo si attua quella flessibilità della forza lavoro che si converte in adattabilità ai ritmi sempre più frenetici che l’economia impone.

Che fare e come farlo?

Mentre si cerca di raggiungere un obiettivo non bisogna usare un mezzo diverso dall'obiettivo stesso a cui si mira. Una pratica di lotta deve non essere fine a se stessa, ma avere in sé il proprio fine.

Se io del fine che mi propongo non ho nulla o non mi esercito a produrre nulla, questo fine sarà “per sempre” un che di separato da me, e non varranno a nulla gli sforzi che faccio per raggiungerlo.

dall'Assemblea Permanente

La filosofia e la scienza occidentali hanno provveduto con un grande sforzo a rendere quantificabile e misurabile quasi ogni cosa. Ora l'ideologia capitalista ha trovato parametri di scambio per mercificare anche ciò che prima non trovava spazio sul mercato. È il caso del sapere. Lottare contro questa tendenza non significa semplicemente fare barricate e cortei.

Posto che una lotta vera va all'origine del problema piuttosto che limitare i danni o difendere un interesse particolare, allora bisogna ripensare il sapere ed il suo configurarsi come istituzione.

L’università si deve occupare di se stessa: è chi l'università la vive e la subisce giorno dopo giorno che ne costituisce il corpo vivo ed è in grado di vedere gli effetti nefasti dell'esistente. Ogni singolo rapporto di potere, ogni singola ora di corso frontale, ogni singolo seminario “a credito”, ogni singolo stage, esame, pranzo fugace... sono tutti ingranaggi che testimoniano un'impossibilità di autodeterminazione: la logica del profitto e dell'accumulazione e del suo sfruttamento permea ogni momento della vita universitaria. Ma rispondere a questa sterilità diffusa e questo utilitarismo anestetizzato è chiedersi come tornare a vivere. Qual è il modo? Non è possibile pensarlo senza interpretarlo: ricominciare a vivere è infatti impossibile da morti e senza praticare effettivamente tale vita. L'alternativa, per scongiurare il rischio di rimanere relegati alla fumosa immaginazione, deve diventare un come vivente, una serie di pratiche quotidiane che attraversino l'università giorno dopo giorno e che facciano dell'autodeterminazione, come processo individuale (ma non individualizzante) e collettivo (senza essere deresponsabilizzante), il loro obiettivo tendenziale.

Questo tipo di pratica deve far emergere e porre come fondative dei processi conoscitivi quelle relazioni transindividuali che sono frustrate e rischiano di rimanere soffocate dai tempi contingentati e da uno spazio universitario che non sa dare parola alla critica di ciò che, sempre più passivamente, si apprende. Già l'Assemblea Permanente vuole essere un tentativo di riaffermazione dell'università come spazio pubblico, in grado di autodefinirsi ed autogestirsi. Organismo nel quale gli studenti si appropriano delle forme di trasmissione del sapere e degli spazi, in controtendenza con i tempi ed i modi esistenti.

Dare spazio a lavori sperimentali di vario genere, dal seminario al vero e proprio workshop, è una risposta alla riproposizione stantia dell'ideologia dominante, che il sistema baronal-aziendalistico continua a suggerire come unica risorsa possibile. Un workshop può essere tanto di una giornata quanto di un mese o più. Parteciperemo ai momenti più importanti della mobilitazione d’autunno contribuendo alla formazione delle piattaforme vertenziali con le altre realtà in lotta in vista di obiettivi concreti. Ben sapendo, però, che possiamo e dobbiamo concentrarci nella produzione reale di pratiche di lotta autonome e singolari nella speranza di seminare partecipazione e senso critico. A tal fine rivendichiamo la gratuità assoluta (in termini economici e “creditizi”) e la libera partecipazione di qualsiasi soggetto ad ogni nostra attività ed un ripensamento fin da ora possibile dell'attività didattica. Che l'attività didattica sia direttamente ricerca condivisa e che la ricerca sia gratuita. È possibile pensare di riformulare i corsi, organizzandoli in tre momenti obbligatori (rimodulando i corsi su base annuale):

* il primo comprende un maggiore sforzo nell’uso degli strumenti informatici: le dispense e gran parte del materiale didattico deve essere distribuito via web, alleggerendo e lasciando tempo per approfondire gli argomenti durante la lezione; ogni docente (che già ha riservato uno spazio web) potrebbe iniziare a gestirlo secondo il modello della “pubblicazione aperta” (open publishing) trasformandolo in un vero e proprio forum di discussione, interfaccia perennemente accessibile tra studente e professore. Pretendiamo inoltre che ogni materiale prodotto dall'università, perché frutto di ricerca con capitali pubblici, sia coperto da licenza copyleft (in modo da non ledere direttamente il diritto d'autore, ma di garantire il diritto al sapere);



* spostare il baricentro della didattica verso l’attività seminariale, modello ormai perso che va necessariamente recuperato per permettere una partecipazione al processo didattico completa; lo svolgimento di un tipo di approccio diverso come un confronto diretto con la lettura e la scrittura di un testo, aprendo spazi per iniziative pratiche di laboratorio anche per le materie umanistiche), attorno alla quale reinvestire l’apparato di ricercatori e dottorandi troppo spesso dequalificato e sottostimato dal punto di vista dell’impiego didattico (considerato che un ricercatore non è un supplente né un portaborse;



* un mantenimento dell’imprescindibile ruolo della Lectio Magistralis che, sgravata di compiti doverosi dalle suddette attività, possa recuperare il suo spazio di serio approfondimento liberamente curato e gestito dal docente.



Ovviamente tutto ciò va pensato tenendo conto della possibilità che non si sia in grado di frequentare stabilmente l’università ( il caso dei lavoratori ) e quindi ogni docente deve essere tenuto ad una gestione del corso flessibile che si articoli almeno in 3 progetti diversi, non differenti per difficoltà ma solo per partecipazione richiesta.

Dove non vi è scelta non c’è neanche conoscenza.

Un'altra università è possibile e passa da una serie di richieste immediate:

* L'apertura dei canali decisionali al popolo del precariato universitario, a livello decisionale e consultivo: che gli studenti ed i ricercatori sappiano e possano decidere di come e quanti soldi vengono investiti nei propri dipartimenti e nelle proprie facoltà.
* La pubblicazione delle spese di bilancio e dei libri contabili.
* L'eliminazione del paragrafo m) del comma 1 dall'art. 17 dello Statuto della Federico II che sancisce la partecipazione al C.d.a. di “un rappresentante di ciascun ente pubblico o privato che, per la durata in carica del Consiglio, concorra
* alle spese di funzionamento dell'Università in misura annuale fissata dallo stesso Consiglio di
* Amministrazione, con fondi non finalizzati allo svolgimento di specifiche attività”, in modo da scongiurare alla base la possibilità di dirigismo finanziario da parte dei privati.
* L'apertura degli spazi universitari e l'estensione dei tempi in cui essi rimangono aperti: dalle biblioteche alle aule studio, che lo spazio ed il tempo venga restituito agli studenti.



Sappiamo che esiste una sconfitta pari al venire corrosi: non l'abbiamo scelta noi, è dell'epoca in cui viviamo. Ma noi abbiamo scelto di agire di conseguenza.
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