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 diritto di fuga - il sapere come bene pubblico

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gio



Nombre de messages : 5
Date d'inscription : 25/11/2008

MessageSujet: diritto di fuga - il sapere come bene pubblico   Mar 2 Déc - 4:37

Brainworker: gli studenti oltre se stessi
di spazio sociale studentesco - bologna

Come spesso si sente ripetere negli articoli di giornale e nelle relazioni degli economisti, viviamo nella società dell’informazione e della comunicazione, fondata sulla produzione di conoscenze. In ciò risiede, e da ciò si produce, gran parte del plusvalore della produzione post-moderna. Il sapere, per sua natura, è intrinsecamente sociale, perché si fonda sullo scambio di dati, informazioni, idee e affetti, cioè sulla cooperazione e sulla comunicazione. Queste ultime sono l’obiettivo e il portato di gran parte della ricerca e dell’innovazione tecnologica, tecnica e politica contemporanea. Il lavoro procede nella direzione della propria omogeneizzazione, tramutandosi in lavoro astratto. Un lavoro che si plasma e si attiva nelle reti grazie ad uno strumento universale, il PC, al linguaggio universale che il PC va codificando, e a quattro irrinunciabili attività umane: la creazione di concetti, la percezione, la comunicazione e la condivisione di idee. Di conseguenza il sapere - “prodotto ideologico” che il PC veicola - diventa un enzima in grado di stimolare, accelerare e indirizzare l’incredibile potere di produzione e riproduzione sociale che hanno la vita e le menti degli uomini quando fanno società. A ciò si ricollega naturalmente il trasferimento di un reddito sociale: “esso rappresenterebbe la retribuzione egualitaria della potenza produttiva della cooperazione sociale”. Impedire, inoltre, che si sviluppi la libera circolazione delle idee e delle innovazioni tecnologiche è sbagliato anche perché limita la produzione di ricchezza. Ciò che dalla società scaturisce, alla società appartiene: le idee sono inappropriabili, anzi “sono nell’aria” (Wu-Ming 1) e privatizzare il sapere, espropriandolo alla collettività e privandolo del valore della comunanza, prima ancora che essere un furto, è un paradosso.

Il paradosso delle recinzioni (una provocazione liberale al liberalismo delle classi dirigenti)

“poca protezione disincentiva l’investimento in ricerca e sviluppo, ma troppa protezione impedisce alla ricerca di basarsi sui progressi raggiunti in passato, e quindi disincentiva anch’essa la ricerca” (O. Blanchard, professore di macroeconomia al MIT)

Quando, nel 1776, Adam Smith pubblicò la sua “Enquiry” sul benessere delle nazioni, probabilmente non immaginava che sarebbe stato riconosciuto dai posteri come il padre nobile dell’Economia politica. Né, soprattutto, poteva immaginare che la sua opera sarebbe un giorno assurta a dogma inconfutabile a sostegno di quell’accozzaglia di parziali verità che ha usurpato il nome di neo-liberalismo. Coloro i quali si dicono, oggi, sacerdoti e seguaci del credo di Smith hanno, in realtà, compiuto un’operazione di falsificazione del suo testo fondamentale, ignorando consapevolmente alcuni aspetti della sua analisi e sopravvalutandone altri. L’arcifamosa “invisible hand” del mercato competitivo era certamente rilevante in un’epoca di ferreo mercantilismo come quella in cui visse Smith, ma, ai giorni nostri, appare assai meno utile delle valutazioni smittiane sul carattere pubblico di taluni beni. Questi ultimi, secondo l’economista, erano riconducibili alla categoria delle “opere pubbliche”; in seguito, grazie agli utilitaristi (e in particolar modo a Stuart Mill) trovarono la definizione più accurata di “public goods”, cioè di beni che, per loro natura, non possono essere offerti che dall’operatore pubblico, e quindi appartenere a tutti. Ciò in virtù di due fondamentali caratteristiche delle loro funzioni di domanda, che prendono il nome di non escludibilità e non rivalità nel consumo. Per fare un esempio che goda di entrambe le qualità prendiamo l’illuminazione di un tratto di strada: tutti, anche coloro che non hanno contribuito economicamente alla produzione dell’energia elettrica o alla costruzione dell’infrastruttura, possono usufruire dei benefici portati dai lampioni posti ai lati della strada (non escludibilità). Allo stesso modo, la fruizione del bene illuminazione da parte di un ulteriore cittadino non comporta alcuna riduzione di utilità per nessun altro utente (non rivalità): quale operatore privato sarebbe disposto a offrire un simile servizio, non potendo distinguere, se non sopportando elevati costi di controllo, tra consumatori meritevoli e free riders? E, inoltre, eventualmente: che prezzo fissare? L’unica soluzione è che sia la collettività a farsi carico, mediante la fiscalità generale (il “prezzo”), della produzione di un simile bene. Una soluzione che è irriconducibile al libero mercato e ad ogni dogmatica difesa della proprietà privata, e ancor meno ad un’estremizzazione della nozione nozickiana di “Stato minimale”. Qualcosa di molto simile accade per un altro bene assai particolare: il sapere. In primo luogo, l’attività di produzione del sapere è un’attività collettiva, perché le idee prendono forma e acquisiscono valore nella circolazione, nello scambio, nel modellamento libero e collettivo delle stesse. Ciò implica che la proprietà di un’idea sia di tutti e di nessuno, e che quindi ci si debba liberare dalla concezione del lavoro creativo come di un lavoro di creazione: è, semmai, un’attività di sintesi, di raccolta, che fa seguito a una semina e a una coltivazione collettiva. L’esempio del software libero è un esempio calzante: qualunque esperto d’informatica può confermare che i sistemi operativi sviluppati da migliaia di programmatori sparsi per il mondo, che lavorano costantemente a un progetto in perenne corso di miglioramento, come è il caso di Linux, sono più affidabili di quelli sviluppati in tutta segretezza da programmatori altrettanto bravi ma imprigionati dalle gabbie dei brevetti, posti inopinatamente a tutelare gli extra-profitti di chi ne è proprietario, più che il valore del lavoro intellettuale che dovrebbe giustificarli. In secondo luogo, la funzione di domanda del bene-sapere è una funzione assai particolare, dal momento che, come cantavano i lavoratori in sciopero negli Stati Uniti fordisti, non si vive di solo pane, ma anche di rose. Le idee e la conoscenza ci servono per vivere meglio, oltre che per produrre di più, e il diritto d’accesso al sapere dovrebbe essere inteso non solo in funzione di una vita dignitosa dal punto di vista economico, ma anche di una vita migliore in senso astratto. Queste caratteristiche fanno del sapere un bene soggetto alla non rivalità nel consumo: anzi, quanti più saranno gli operatori che interagiranno fra loro “consumando” il sapere liberamente circolante, tanto migliore sarà il risultato economico racchiuso nel sapere stesso. Inoltre, in un contesto in cui l’analfabetismo informatico si appresta a divenire uno straordinario veicolo di esclusione sociale, l’universalizzazione delle possibilità di accesso alle tecnologie e alle “copie”, assume una formidabile importanza. E non solo perché l’accesso alle conoscenze dovrebbe essere considerato un diritto inalienabile dell’uomo, come il diritto alla libertà personale o il diritto alla salute. Ma soprattutto perché un numero sempre maggiore di persone potrà, in un futuro prossimo, sfruttare le possibilità offerte da Internet per scambiare file, documenti, impressioni. Disobbedendo sistematicamente, consapevolmente, pubblicamente e in una dimensione di massa alle leggi sul copyright che le grandi imprese cercano di imporre a un mercato, in particolare quello giovanile e studentesco, che non vuole neppure sentirne parlare e si crea costantemente tutti gli strumenti, tecnologici e cognitivi, per farsi beffe del crescente terrorismo delle normative. Sotto la duplice funzione di operaio intellettuale, in quanto soggettività nella società della produzione del lavoro immateriale e di operaio intellettuale specializzato, in quanto appartenente all’azienda formativa per antonomasia (la scuola), lo studente-brainworker produce quelle eccedenze che oggi formano una parte rilevante dell’ampio bacino di attività e conoscenze non retribuite, che rappresentano il vero pilone di sostegno della produzione. Proprio gli studenti produttori del sapere-merce, risultato e presupposto dei processi di formazione sociale, “oggi vanno intesi come vera e propria soggettività politica capace di rappresentare il lavoro vivo allo stadio virtuale; la loro relativa autonomia dal capitale li rende in grado di disegnare il nuovo terreno dell’antagonismo”. La volontà di blindare l’accesso e la partecipazione alla rete a colpi di innovazioni tecnologiche e manovre repressive crea la necessità di un “diritto di fuga” attraverso inevitabili azioni di creazione di spazi nuovi di legalità. Alla riappropriazione del sapere, strumento di produzione fondamentale nella società post-fordista e bene collettivo di cui siamo quotidianamente espropriati, deve necessariamente seguire l’affermazione del diritto ad un reddito sociale. Un reddito universale che evidenzi la crescente identificazione tra tempo di produzione e tempo di vita, prescinda dalla prestazione lavorativa e sia erogato in maniera diretta e indiretta, come chiave di accesso per tutti ai servizi fondamentali (sanità, formazione, trasporti…) e ad un’esistenza dignitosa. Un reddito che sia riconoscimento della ricchezza prodotta da ciascuno in quanto creatore, fruitore e veicolo di saperi e comunicazione.

“Fino a quando la vostra società sarà fondata sul denaro, NOI non ne avremo mai abbastanza”.
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